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Genitori e lo sport di squadra

Nel momento in cui si iscrive il proprio figlio in palestra, anche il genitore può diventare ‘uno sportivo’; questo anche senza particolari doti o impegni fisici, ma sicuramente con la consapevolezza che fare sport significa:

  1. apprendimento di regole
  2. equilibrio (Genitore-allenatore; distinzione dei ruoli)
  3. apprendimento di dinamiche relazionali
  4. risoluzione di conflitti
  5. Risoluzioni nuove strategie per il raggiungimento di un obiettivo.

 La cosa più importante  non è la vittoria, ma insegnare al ragazzo ad accettare sia la vittoria sia la sconfitta, e se il genitore sarà in grado di trasmettere anche questi insegnamenti nascosti, lo sport sarà servito al ragazzo per crescere ed affrontare con efficacia le sfide che la vita costantemente ci propone.

Il mantenimento costante dell’impegno preso, soprattutto nelle situazioni di maggior difficoltà, dovrebbe essere sostenuto dal genitore per insegnare al ragazzo che, anche in momenti più o meno lunghi di noia, di sconfitte, di non- apprendimento o di non- divertimento, è importante proseguire nell’impegno preso; questo permetterà di affrontare la complessità, modificare la propria percezione, fino a trovare nuove strategie utili di risoluzione del problema.

In alcuni momenti questo lavoro può essere fatto in collaborazione con l’allenatore che diventa l’adulto di riferimento per il ragazzo nel contesto sportivo. Accade di frequente che, il genitore, tenda a colpevolizzare l’allenatore di eventuali ‘cali’ del  proprio figlio. Questa modalità porta il giovane atleta a spostare la responsabilità all’esterno (è colpa dell’allenatore se non ne ho voglia perché gli allenamenti sono noiosi, è colpa dell’allenatore se non gioco perché non gli sono simpatico…) che, vedendo la situazione come immodificabile, perché non dipendente da lui, tenderà a ritirarsi piano piano dal contesto della squadra. Il ritiro impedisce all’atleta di conoscere i propri pregi e difetti , i propri limiti e quindi di acquisire consapevolezza sul proprio modo di essere per poi poter ampliare la gamma di abilità, di capacità e di strumenti utili per affrontare quella che è la quotidianità nell’età adulta.

Così facendo si è impedito al ragazzo di imparare a reagire e a riorganizzarsi, subendo passivamente gli eventi attraverso il ritiro dalla squadra. L’intervento diretto del genitore, critico verso l’allenatore, crea confusione di ruoli, responsabilizzazioni verso l’esterno con conseguente deresponsabilizzazione del ragazzo, ed esplosioni di emozioni che difficilmente potranno diventare per il giovane, modello di apprendimento funzionale.

I ruoli necessitano continuamente di una loro costante definizione,ma spesso i confini tra questi diventano talmente sottili, tali da creare nel ragazzo una gran confusione, direttamente correlata ad una perdita del rispetto delle regole e del rispetto dell’autorità della persona con cui si confronta.

E’ compito di ognuno non i sostituirsi all’altro. Non è compito del genitore decidere l’orario degli allenamenti, l’organizzazione delle trasferte o le eventuali convocazioni come non è compito dell’allenatore decidere in merito alla scuola, ad esempio.  Non è compito dei genitori dare consensi o dissensi su possibili scelte tecniche dell’allenatore o sulla preparazione fisica, anche se si è ex giocatori o allenatori di altre squadre, così come non è compito degli allenatori criticare il sistema punitivo usato dai genitori. Rispettare il ruolo dell’allenatore e  non invadere gli spazi permette al giovane di crescere avendo punti di riferimento saldi e regole che lo aiutino a decidere quale è la cosa giusta da fare nei diversi ambiti.

In conclusione i genitori sono “custodi” dei loro figli ed hanno il diritto e dovere di accertarsi che la struttura e l’allenatore soddisfino i loro desideri e quelli dei giovani atleti, tenendo ben presente  che gli obiettivi sono il divertimento e l’apprendimento della pratica sportiva, ma anche la crescita psicologica, sportiva e sociale del ragazzo.

Trovata la collocazione e la persona di riferimento, il genitore è invitato a lasciare il figlio in un ambiente di cui ha fiducia e nel quale il suo ragazzo può trovare un contesto nel quale cominciare a crescere e sperimentare in autonomia. La condivisione di questi momenti può avvenire incoraggiando il ragazzo ad apprezzare la sfida che lo sport comporta, insegnando a non arrendersi e a sopportare la fatica per il raggiungimento di un obiettivo.